lunedì 16 marzo 2015

Le vesti della liturgia

Mi limito in questa nota a parlare delle sole vesti principali, che sono intrinsecamente dotate ab antiquo di una propria valenza simbolica e tralascio l'attribuzione di significati pretesa in epoche più recenti.

Il camice o alba è la veste bianca che indossano non solo dal ministro ordinato che presiede, ma anche da tutti i ministri e dai ministranti, in alre parole da tutti coloro che officiano durante la liturgia.
L'alba tunica si deve identificare con la nuova veste immacolata che ogni cristiano riceve durante il battesimo. E' dunque la veste che compete ad ogni battezzato.
Partecipando della simbologia legata al colore bianco, l'alba tunica richiama la luce e la grazia santificante ricevuta nel primo sacramento; è considerata simbolo della purezza necessaria per entrare nella gioia eterna della visione di Dio in Cielo (cf. Matteo 5,8). 

«...Coloro che hanno lavato le loro vesti rendendole candide nel sangue dell'Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. »  Ap 7, 14-15: 

Il cingolo è il cordone che stringe ai fianchi l'alba tunica (o camice); è indossato da tutti coloro che partecipano alle funzioni liturgiche indossando l'alba o il camice (ministri ordinati e istituti, e ministranti).
Anche se può avere il colore del tempo liturgico esso è normalmente bianco, salvo dei particolari usi e significati locali. Quando i ministri ordinati indossano le loro specifiche  vesti superiori, il cingolo rimane nascosto.
 

Il cingolo è ritenuto segno di contrizione e di penitenza. Ma è sorattutto segno di disponibilità al servizio e di attesa della partenza: gli ebrei infatti consumarono l'agnello pasquale con i fianchi cinti (Es 12,11).
"Si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto." Gv 13,4-5

La stola è un paramento liturgico costituito da una striscia di stoffa lunga tra i 200 e i 250 centimetri; è ornata generalmente con tre croci, una per ciascuna estremità e una al centro; la stola può essere più o meno decorata con ricami e il suo colore varia a seconda del tempo liturgico. 
dalla Chiesa cattolica e da altre comunità cristiane, comune ai diaconi, ai presbiteri e ai vescovi.
Si tratta del segno distintivo proprio dei ministri ordinati (diacono, presbitero e vescovo) e il suo uso nelle celebrazioni è obbligatorio. 
Il diacono la indossa diagonalmente, dalla spalla sinistra al fianco destro; il presbitero e il vescovo la portano al collo facendola scendere da entrambe le spalle verso le gambe;
Quando i ministri indossano i paramenti superiori (dalmatica, casula o pianeta e piviale) la stola rimane di fatto invisibile.

La stola ricorda il passo evangelico, "poiché il mio giogo è dolce e il mio carico leggero" (Mt 11,30).

domenica 15 marzo 2015

Abusi liturgici: un articolo di P. Henry Vargas Holguín

Cos'è un abuso liturgico?


Ciò che esula dalle norme liturgiche; anche se è diffuso, bisogna correggerlo.

Un abuso liturgico è tutto ciò che in modo sporadico o sistematico, passivamente o attivamente, esula dalle norme liturgiche proprie del rito latino, anche se questo abuso è diffuso e sembra normale o liturgico.
Alcuni degli abusi liturgici sono banali, altri sono noti, altri ancora passano inosservati alla maggior parte dei fedeli; alcuni sono messi in atto inconsapevolmente, altri espressamente; alcuni sono peccati veniali, altri peccati gravi.
“Sebbene il giudizio sulla gravità della questione vada formulato secondo la dottrina comune della Chiesa e le norme da essa stabilite, come atti gravi vanno sempre obiettivamente considerati quelli che mettono a rischio la validità e dignità della Santissima Eucaristia” (Istruzione Redemptionis Sacramentum, 173). In ogni caso, bisogna evitare qualsiasi abuso, e ogni abuso non deve mai essere ritenuto poco importante o irrilevante, ma va evitato e corretto con diligenza. Da un lato l'ideale è conoscere molto bene – da parte dei sacerdoti e da parte dei fedeli – i riti e le norme liturgiche, per quanto semplici possano essere, dall'altro bisogna attenersi in modo umile e fedele a quanto stabilito dalla Chiesa. Quando in qualche celebrazione liturgica, per un motivo qualsiasi, qualcosa va male, deve essere corretto in base alle norme del diritto. Se si stabiliscono o esistono le norme, ci sarà un motivo; seguiamo con rispetto le rubriche appropriate che sono lì per uno scopo. Qualsiasi abuso, per quanto piccolo o insignificante possa sembrare, ha la sua gravità, perché darebbe inizio a un effetto domino. Gi abusi non sono una questione minore, perché se iniziamo a permettere che accadano cose che non sono permesse, allora cosa succede con le cose che si dovrebbero fare e non si fanno? Se gli abusi vengono commessi “con buone intenzioni”, bisogna ricorrere ai documenti ecclesiali per ricordare perché bisogna osservare le normative; se c'è una Liturgia uguale per tutta la Chiesa, c'è un motivo. Non esiste una liturgia personale né regionale; qualsiasi fedele ha quindi il diritto di presentare una lamentela per un abuso liturgico, in primo luogo davanti al vescovo diocesano o all'ordinario competente che gli viene equiparato nel diritto; e conviene che il reclamo o la lamentela sia sempre effettuato con chiarezza, obiettività e veracità.
 

 [Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]
 tratto da Aleteia

Ceri, candele e lampade


La prima cosa che Dio creò – dice la Bibbia – fu la luce e in tutta la Bibbia la luce diventa simbolo delle realtà della vita religiosa.
Ma sono stati soprattutto Gesù e i suoi apostoli a rivelarci tutta la ricchezza simbolica della luce.
Gesù disse: “Io sono la vera luce” e disse ai discepoli: “Voi siete la luce del mondo... la vostra luce deve brillare davanti agli uomini affinché vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre che sta nei cieli!” (Mt 5,16).
Ecco perché la chiesa anche nella sua liturgia utilizza spesso con tanta importanza l’uso delle candele: dal grande cero pasquale che si porta in processione che viene collocato al battistero e a fianco della bara nei funerali, come immagine di Cristo risorto, al cero o candela ricevuta nel Battesimo che il fedele ritrova quando riceve gli altri sacramenti, alle candele che vediamo accese sull’altare o a quelle che la nostra pietà ci fa accendere davanti al tabernacolo o alla immagine della Madonna o di santi veneranti per finire alla piccola lampada che arde nascosta e silenziosa vicino al tabernacolo.
Cerchiamo di capire il significato di questi diversi ceri.

Il cero pasquale: Gesù Cristo risorto


Il cero pasquale che è grande e decorato viene acceso con solennità nella notte di Pasqua e il diacono canta tutto il suo simbolismo.

Esso poi brillerà al centro di tutte le celebrazioni fino al giorno dell’Ascensione. Con i suoi colori caldi, solitario, evidente nello spazio, il cero pasquale annuncia e simboleggia la presenza di Cristo risorto e la sua fiamma sembra mormorare l’incredibile notizia: “Eccomi di nuovo con voi!”.
Come Cristo nel suo sacrificio pasquale il cero brucia davanti a Dio interamente e si consuma.
“Da questa colonna di cera che brucia in onore a Dio – si canta alla sera di Pasqua – sale verso il cielo come una fiamma la preghiera della Chiesa!”.
E quando all’Ascensione che ricorda la salita nella gloria di Gesù il cero pasquale viene spento, la chiesa ricorda ancora con emozione quello che aveva cantato nel cuore della veglia di Pasqua: “Che bruci ancora quando si leverà l’astro del mattino, Colui che non conosce tramonto, il Cristo tuo Figlio risorto ritornato dagli inferi che dona agli uomini pace e luce!”.
Il Cero pasquale è collocato nel Battistero e lo si accende ad ogni battesimo, alla sua fiamma verrà accesa anche la candela o cero battesimale come segno della vita di grazia che nel sacramento ci è data.
Il Cero pasquale viene collocato a fianco della bara nei funerali per esprimere la fede nella risurrezione che si fonda appunto in Gesù Cristo risorto!

Il cero battesimale: realtà ed impegno della vita cristiana

Nell’antico rito del battesimo al neobattezzato veniva fatta la consegna di un cero acceso. La preghiera che lo accompagnava (riferendosi ad una parola di Gesù che riguardava le vergini prudenti e le vergini stolte) sottolineava il simbolismo di tre idee:
v    il cristiano deve trovare la luce della propria vita di fede (Gv 8,12)
v    il cristiano deve egli stesso essere luce del mondo (Mt 5,14)
v    il cristiano riesce ad essere luce del mondo quando riesce a condurre una vita di operosa testimonianza (Mt 25,1-15).

Anche nel nuovo rito c’è la consegna del cero che viene data ai padrini o ai genitori per il battezzato e in più si sottolinea che tutto questo il battezzato non potrà farlo da solo ma con l’aiuto della chiesa.

In certe comunità viene regalata la candela del battesimo, essa viene portata alla notte di Pasqua per rinnovare così la propria fede.
La candela del battesimo dovrebbe essere portata in chiesa anche quando si ricevono gli altri sacramenti, la candela che viene data nella circostanza la richiama. Tutto ha significato perché si è battezzati, tutto ha significato nella fede. Forse questo stanno a significare le candele che accendiamo sull’altare prima di ogni funzione religiosa.

La candela: simbolo della vita e devozione cristiana

È un uso diffuso quello di accendere una candela davanti al SS. Sacramento, o alle statue della Madonna e dei santi.
Questo gesto non deve essere superstizioso ma bisogna attribuirgli il giusto valore: bisogna essere convinti che la candela accesa rappresenta l’immagine e la preghiera di colui che la offre a Dio o ai Santi
È l’immagine di chi la offre, cioè del cristiano che cerca di mettere in pratica il comando di Gesù ad essere figlio della luce: “Dio è luce: in Lui non ci sono tenebre... Voi siete figli della luce: camminate dunque sapendo di essere figli della luce” (1Gv 1,5; 1Tes 5,5; Ef 5,8).
È l’immagine della preghiera del cristiano che la offre.
Spiega bene una didascalia in un santuario: “La candela prolunga la tua preghiera, ma non la sostituisce!”.
Accendere una candela dunque non è atto disimpegnato ma un vero proposito di vita cristiana.

La lampada del tabernacolo

La lampada del Tabernacolo indica la presenza di Cristo.
Essa mormora il canto dell’amore che arde verso il Salvatore, il pane vivo!
Come nell’Antico Testamento ardeva la lampada davanti all’arca che conteneva le tavole della Legge, così oggi in ciascuna delle nostre chiese è presente il Figlio di Dio portatore di amore capace di suscitare nei nostri cuori la carità.
La lampada del tabernacolo arde di fronte a colui che non dovremmo mai lasciare: a questa fiamma noi chiediamo di perpetuare la nostra adorazione anche quando non siamo lì.
Essa simboleggia anche l’esortazione evangelica “Pregate senza mai smettere”, essa veglia e ci esorta alla vigilanza dei cuori.
Quando usciamo dalla Chiesa possiamo mostrarla al Signore dicendo “Ecco la mia anima, essa non ti abbandona!”.
Questa lampada non può essere elettrica solo il fuoco può continuare il nostro dialogo con Dio, un fuoco che non si deve mai spegnere. “La chiesa in cui brilla lo spirito di Cristo è come una lampada illuminata” (Paolo VI).
 
don Antonio Mascheroni

Gli abusi liturgici

Il tema degli abusi liturgici è sempre piuttosto caldo e attuale.
Tre sembrano essere le posizioni nella chiesa rispetto alla questione: la prima è quella tradizionalista, la seconda è quella modernista, la terza, infine, è quella che io chiamerei ispirata e regolare.

Per i tradizionalisti la messa va cantata, recitata dal "sacerdote", i fedeli "ascoltino" la messa (come una volta). Per il tradizionalista è il latino (chissà perchè non l'aramaico?) la sola lingua che sia degna di essere pronunciata tra le mura di una chiesa. La solennità è per lui il fine stesso della celebrazione: gli altari devono essere solenni, i canti solenni, i paramenti solenni... 
Per i tradizionalisti tutta la liturgia cattolica, dal Vaticano II in poi, è diventata sostanzialmente un rosario di abusi: abuso è la comunione data in mano al fedele (orrore!), abuso è il laico che osa leggere dal lezionario la parola di Dio, abuso è l'altare povero di candele (soltanto due) e rivolto (ahinoi) alla navata. E ancora, abuso è che si usi la lingua corrente, e che il fedele magari osi stare in piedi durante la consacrazione, o non sia perennemente inginocchiato, assorto, contrito, con le mani giunte come nei santini...
Insomma, per il tradizionalista è tutto un abuso ciò che si fa in chiesa in modo diverso da "come si faceva una volta". Non gli importa un fico se questo nuovo fare sia un fare maggiormente rispettoso del vangelo, non gli importa se si tratti di un fare più fedele alla teologia della chiesa, più vicino perfino alle origini del cristianesimo: tutto è un abuso!

Per i modernisti invece... non esiste semplicemente alcun abuso nella liturgia, perchè tutto è permesso. E' permesso al prete leggere il giornale appoggiandosi all'altare come a una scrivania, è permesso suonare il rock in presbiterio, magari il sabato santo, è permesso consacrare il corpo di Cristo vestendo giocondi paramenti arcobaleno, ed è permesso celebrare svaccati su di un prato...con i vasi e il pane appoggiati su una tovaglia da pic nic. C'è qualcosa forse che non sia permesso di fare!?

Inutile dire che la posizione veramente cristiana, veramente matura, veramente auspicabile e corretta è quella di chi aderisce in modo libero e consapevole alla sacra liturgia, alla liturgia così com'è codificata dalla Chiesa per l'oggi, senza alimentare inutili nostalgie estetiche, e soprattutto senza indulgere a devianze stravaganti

No dunque al tradizionalismo che sia un ritualismo vuoto, privo di spirito e pieno di fisime. 
No anche al modernismo, che è altrettanto vuoto nello spirito e che è pure irrispettoso della tradizione e del Mistero divino.
invece alla libertà nel rispetto delle regole liturgiche; sì alla messa partecipata da tutti, presieduta dai ministri odinati, e celebrata da tutta l'assemblea dei figli di Dio. Sì al rispetto dei ruoli che la chiesa affida a ciascuno secondo ciò che Dio le ispira.

A illuminare il cristiano nel discernimento fra una liturgia malata (in un senso o nell'altro) ed una "pura", è sempre lo spirito del vangelo che è poi lo spirito del Cristo. 
La preoccupazione del cristiano rispetto ad una celebrazione, è, infatti, quella di chiedersi che cosa piaccia o non piaccia, non all'uomo, ma a Dio, perchè è Dio il giudice del bene e del male. 
Ma come fa un cristiano a sapere in che cosa Dio si compiaccia e in che cosa no? Lo fa solo attaverso l'ascolto di Gesù. E' Gesù che gli rivela la vera volontà di Dio tramite il vangelo. E il vangelo va letto, interrogato e meditato continuamente. Dio parla attraverso tutta la Scrittura, ma parla ancora attraverso la Tradizione e il magistero della Chiesa; alla Chiesa, che è madre, bisogna concedere, da buoni figli, la giusta fiducia in materia di fede. 
Dio rivela il suo volere anche nel cuore del cristiano, quando quel cuore si lascia abitare dal suo Spirito e dal suo Amore.

MvB

Abusi liturgici: un articolo di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

UN TELEFONO AZZURRO PER LA MESSA

 Carrellata dei più frequenti abusi liturgici

 di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

Da  BastaBugie n. 322



Ci vorrebbe un telefono azzurro anche per la liturgia. Anzi, soprattutto per la liturgia. Un telefono al quale i cattolici normali possano rivolgersi con fiducia e denunciare gli abusi. "Pronto, Telefono Azzurro per la Santa Messa? Volevo segnalarvi che nella parrocchia XY il prete Taldeitali fa tenere l'omelia alla suora laica che assomiglia a Rosy Bindi". E, dall'altra parte del cavo, solerti operatori impegnati a stilare un cahier de doléance da girare, in forma ufficiale, alla Chiesa Cattolica apostolica di Roma. E poi ci vorrebbe l'altrettanto solerte intervento di Roma. Il primo sintomo dell'epidemia di abuso liturgico sta nella rottura definitiva dell'unità della Messa. Chiesa che vai, liturgia che trovi. Il periodo estivo, con le sue escursioni per spiagge, valli, monti, colline e vecchi borghi, è stato l'occasione tragica per riscontrare l'esistenza di una molteplicità di riti, che nessuno è umanamente in grado di catalogare. Per tentare una classificazione di questo scempio da decenni tollerato, quando non incoraggiato, dalle gerarchie, bisogna individuare alcune macro-categorie di orrori.

LE CHIESE RIDOTTE A LUOGHI PROFANI
II primo abuso, il più diffuso, è consistito e consiste nella inesorabile riduzione delle chiese a luoghi profani. Luoghi nei quali si entra e si esce come da un centro commerciale, senza genuflessione e senza saluto al Santissimo Sacramento, che del resto in moltissime chiese è relegato in posizioni misteriose ed introvabili, quando non addirittura fatto accomodare in locali attigui al tempio. I protagonisti di questa secolarizzazione delle chiese sono gli architetti e chi li ha incaricati, che hanno realizzato mostruosi edifici, i quali nulla hanno di sacro e spiccano anzi per la loro oggettiva bruttezza. La conseguenza di questa autentica profanazione è che le chiese sono diventate luoghi importanti solo quando vi si riunisce l'assemblea e inizia quella che menti teologiche raffinate definiscono "l'azione liturgica". Fino a un secondo prima della Messa, la folla discorre amabilmente, si guarda in giro per vedere chi ci sia, controlla già impaziente l'orologio. Gli inginocchiatoi, per una preghiera di preparazione alla Messa, restano desolatamente vuoti, sempre che ancora siano presenti. Del resto, non è raro che lo stesso sacerdote giunga trafelato in sacrestia all'ultimo minuto, indossando in fretta e furia casule di nylon su camicioni dotati di praticissime cerniere lampo. Finita la Messa, in chiesa si scatena la bagarre, come all'uscita da San Siro a fine partita: la gente per lo più si da a una fuga precipitosa, altri si salutano calorosamente e ad alta voce si raccontano le ultime novità. Insomma, si "da corpo a una comunità viva". Il ringraziamento nel raccoglimento e nel silenzio? Roba preconciliare. Nel tabernacolo, Nostro Signore presente nel Santissimo Sacramento, del tutto ignorato, assiste solo e silenzioso alla volgarizzazione della sua casa. Nella quale non mancheranno, ovviamente, applausi ai funerali, discorsi dal pulpito di sindaci atei per commemorare il defunto, concerti e conferenze, senza nemmeno preoccuparsi di lasciare vuoto il tabernacolo.

IL SACERDOTE CHE CELEBRA A BRACCIO
È sempre più frequente che il prete scelga di tradurre con le sue parole alcuni pezzi della Messa o anche di sottoporli a una specie di spiegazione alla Piero Angela di "SuperQuark": "Ecco, adesso recitiamo questa preghiera, dalla quale si capisce che Gesù ci ama". Dal che si intuisce come nemmeno l'abolizione della temutissima Messa in latino sia stata sufficiente a spiegare ed a far capire tutto al volgo cattolico. Ci vuole la spiegazione del Mistero, il cartello da museo di scienze naturali per svelare ciò che Dio stesso ha voluto fosse velato ai nostri sensi, come recita la splendida preghiera di Tommaso d'Aquino.

L'ANDIRIVIENI PER LE LETTURE & LE "QUOTE ROSA"
Una delle pietre miliari consiste nel protagonismo dei laici. I quali devono conquistare più metri possibili sull'altare, proprio come i giocatori di rugby devono guadagnare campo per avvicinarsi alla meta. Il reclutamento di tali laici da liturgia subisce sorti altalenanti: si va dalle parrocchie (poche) nelle quali cattolici adulti sgomitano per avere un ruolo e così "animare la Messa", a parrocchie (quasi tutte) in cui i laici vivono con fastidio o persine terrore il reclutamento frettoloso che precede la Messa (o che avviene a Messa già iniziata). Alcuni agenti del parroco vagano alla ricerca di chi "farà la prima" (lettura) o di chi porterà all'altare le offerte. Avendo cura di garantire che il 50% dei lettori siano donne, in omaggio al genio femminile. Che viene parimenti esaltato anche dal numero di chierichette dalle lunghe chiome fluenti che occupano l'altare, a tutto detrimento dei declinanti e ormai rari chierichetti di sesso maschile.

IL VANGELO LETTO DAL POPOLO E LE MESSE PARZIALMENTE SCREMATE
La logica di occupazione dell'altare da parte dei laici spinge anche a far leggere il Vangelo a laici, suore e catechisti. Affidando loro pure il compito di commentare. In alcune chiese si sperimenta da anni una sorta di rito parallelo: l'assemblea in chiesa, i bambini del catechismo in un locale diverso, con letture adattate alle loro povere menti e predica del catechista; cui poi segue ricongiungimento dei due gruppi al momento della consacrazione.

L'OMELIA VUOTA E INASCOLTABILE
Non si tratta propriamente di abuso liturgico, ma di abuso della pazienza dei fedeli. Sarebbe auspicabile una moratoria dalle prediche di almeno un anno, per verificare se alla fine il silenzio non possa risultare più sano delle ormai trite e ritrite dosi di cattiva teologia tardo novecentesca, cui è drammaticamente aggrappata gran parte del clero attuale.

È LA PREGHIERA DEI FEDELI O LA SCALETTA DEL TG?
È uno dei momenti più tragici della Messa domenicale, nel quale spesso i fedeli assistono attoniti al trionfo del politicamente corretto, navigano nel banal grande di un'agenda delle intenzioni che è dettata dal Tg1 della sera, subiscono un diluvio di parole che abbracciano così tante intenzioni da essere riassumibili in un'unica, brevissima preghiera:"Signore, ascolta tutte le preghiere di ciascuno di noi, Amen".

LA CONSACRAZIONE, QUESTA SCONOSCIUTA
Quello che è, appunto, il Sacrificio e dunque il cuore della Messa scorre via spesso come un breve, rapidissimo momento qualsiasi del rito. Anzi, sotto il profilo quantitativo e perfino rituale, la lettura della "Parola" la predica, perfino la preghiera dei fedeli e l'offertorio, sovrastano in modo impressionante la fase della consacrazione. Potremmo dire che la assorbono, a causa di sacerdoti che la celebrano con la lena di un velocista, riducono l'elevazione a un istante infinitesimale, scelgono da sempre la preghiera di consacrazione più rapida e mai quella più simile alla Messa antica; e non si inginocchiano, limitandosi a un deferente inchino orientaleggiante.

COMUNIONE O TAVOLA CALDA?
La profanazione cui è sottoposto Nostro Signore nelle Sacre Specie è la parte più dolorosa degli abusi liturgici. A cominciare dalla diffusione pressoché plebiscitaria della comunione sulla mano, che venne introdotta dai vescovi italiani come eccezione, sotto forma di indulto, di concessione particolare. E che oggi è invece il modo ufficiale di ricevere il Santissimo. Con una serie di modalità e di strani contorcimenti dei fedeli che pigliano quanto volevano e poi se ne tornano al posto. E' indiscutibile che, con queste modalità, la dispersione delle Sacre Specie e la conseguente profanazione del Corpo e del Sangue di Nostro Signore è certa. Come pure aumentano a dismisura i rischi di asportazione della Comunione. Circostanze, che renderebbero necessario abbandonare subito la distribuzione sulle mani.

IL FAMIGERATO "ALLELUIA DELLE LAMPADINE"
Tra tutte le orrende e non di rado ereticheggianti composizioni, che allietano la cosiddetta assemblea, questo è l'inno nazionale di tutti gli scempi musicali, che si sono sprigionati dopo l'abbandono del gregoriano. Questo canto-ballo rappresenta in modo emblematico la trasformazione della Messa da sacrificio a banchetto allegrone, nel quale tragicamente, come dicono le parole del testo, "la festa siamo noi". E non più Gesù Cristo.

Fonte: Radici Cristiane, Ottobre 2013 (n.88)

Abusi liturgici: un articolo di F. Croci

 Il desolante spettacolo della odierna liturgia nella Chiesa

(di Francesca Croci)  
 da  conciliovaticanosecondo.it


Abbiamo raccolto una documentazione fotografica per vedere in che misura  nell’era postconciliare il Santo sacrifico della Messa continui a rappresentare il cuore della vita della Chiesa. I risultati di quest’indagine sono desolanti. Le oltre 500 foto  fin qui  raccolte, a cui è stata dedicata una sezione speciale del sito conciliovaticanosecondo.it, ci offrono un impressionante quadro della decadenza liturgica e spirituale in cui è immersa oggi la Chiesa.
Se queste celebrazioni eucaristiche, contrarie non solo alle norme liturgiche antiche e recenti, ma allo spirito di preghiera e di adorazione sono il culmine della vita cristiana, si può immaginare in che condizioni spirituali siano coloro che le frequentano. Queste immagini dimostrano anche che il Novus ordo celebrato secondo le indicazioni del Messale di Paolo VI è un’idea platonica, che si realizza in ben poche chiese e parrocchie. Le 500 foto andrebbero moltiplicate per 100 o per 1000 per dare un’autentica immagine della Chiesa odierna, in cui gli esperimenti liturgici sono la regola, la fedeltà alle rubriche l’eccezione. Non mancano documenti della suprema autorità che ricordano la necessità di considerare la Messa come un atto divino e non come un evento umano plasmato dalla creatività del prete (o del suo consiglio pastorale), ma queste raccomandazioni cadono regolarmente nel vuoto. Non ci troviamo di fronte solo a una crisi liturgica o a un crollo della fede, ma anche ad una profonda crisi di governo.
Finché gli abusi liturgici saranno tollerati e alcune volte anche incoraggiati dai Vescovi, non c’è da aspettarsi che la situazione possa migliorare. Davanti a tanto sfacelo, non resta che continuare a insistere perché sia tutelato il  diritto dei sacerdoti e dei fedeli alla Messa di sempre. La Messa secondo il Rito romano antico, oggi detta “straordinaria”, rappresenta infatti un’oasi nel deserto liturgico e spirituale del nostro tempo. L’unica speranza di uscire dalla crisi religiosa contemporanea sta nella sorprendente rinascita di gruppi e comunità religiose che si mantengono fedeli alla dottrina e alla liturgia della Chiesa.  La principale ragione della persecuzione a cui i fedeli alla Tadizione sono sottoposti è proprio il loro successo.
I novatori, che oggi occupano i vertici delle gerarchie ecclesiastiche, sanno bene che se si lascia alla Tradizione libertà di vivere e di espandersi, essa attirerà un numero sempre maggiore di fedeli e di vocazioni. Tutti gli altri spettacoli che si allestiscono intorno ai nostri altari sono destinati a svuotare  le chiese e i seminari. Piantiamo i due alberi e giudichiamoli dai frutti….
Clicca qui per visualizzare tutte le fotografie

mercoledì 11 marzo 2015

Il linguaggio della celebrazione liturgica

Pontificia Università della Santa Croce
Roma, 24 febbraio 2011

La necessità della teologia liturgica

Iniziare un corso sulla “ars celebrandi”, trattando il tema del linguaggio della celebrazione liturgica, non è possibile farlo senza richiamare alla memoria il noto passaggio dell’Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis di Benedetto XVI: “Altrettanto importante per una giusta ars celebrandi è l'attenzione verso tutte le forme di linguaggio previste dalla liturgia: parola e canto, gesti e silenzi, movimento del corpo, colori liturgici dei paramenti. La liturgia, in effetti, possiede per sua natura una varietà di registri di comunicazione che le consentono di mirare al coinvolgimento di tutto l'essere umano. La semplicità dei gesti e la sobrietà dei segni posti nell'ordine e nei tempi previsti comunicano e coinvolgono di più che l'artificiosità di aggiunte inopportune. L'attenzione e l'obbedienza alla struttura propria del rito, mentre esprimono il riconoscimento del carattere di dono dell'Eucaristia, manifestano la volontà del ministro di accogliere con docile gratitudine tale ineffabile dono” (n. 40).

Fatta questa premessa, che certamente accompagnerà la nostra riflessione, è necessario affermare che parlare di linguaggio, nel senso più ampio del termine, significa per ciò stesso fare riferimento a una realtà che lo precede. Il linguaggio, da questo punto di vista, non può mai essere svincolato da tale realtà, della quale è chiamato a essere espressione. Quel linguaggio lo si potrà considerare vero, in quanto pienamente corrispondente a quella realtà, o lo si potrà considerare falso, ovvero non in sintonia con essa. Ma, sempre e comunque, lo si dovrà valutare in relazione a quella realtà.

In tal modo, proprio la considerazione del rapporto tra linguaggio e realtà sarà in grado di aiutarci a rilevarne la verità.

Quanto detto ci consente di entrare nel tema di cui si deve trattare: ovvero “Il linguaggio della celebrazione liturgica”. Parlare di linguaggio della celebrazione liturgica sottende che si abbia ben presente che cosa è la celebrazione liturgica o, in termini ancora più generali, che cosa è la liturgia. Altrimenti si corre il rischio di perdersi in un discorso superficiale e disancorato dalle ragioni profonde di un linguaggio che, solo a partire da quelle ragioni, può essere compreso e correttamente praticato.

E’ per questo motivo che intendo sviluppare il discorso sul linguaggio liturgico a partire dall’essenza della liturgia, così da ritrovare la radice da cui scaturisce il suo ricco patrimonio espressivo. Solo una ben corredata teologia liturgica è in grado di avviare un discorso corretto sulla liturgia, in quanto celebrata e dotata di un suo proprio linguaggio. Ritorna sempre pertinente, al di là di ogni sua possibile interpretazione e contestualizzazione storica, l’antico adagio di Prospero di Aquitania: “Lex orandi – lex credendi”. La liturgia è la fede celebrata.

Un ritratto sintetico dell’essenza della liturgia

Diventa così necessario illustrare in sequenza alcuni tratti distintivi che caratterizzano l’essenza della liturgia, considerandone poi le conseguenze per quanto attiene l’espressività linguistica. La qual cosa intendo fare riferendomi al Catechismo della Chiesa Cattolica, quale sintesi attualmente più autorevole, anche per quanto attiene alla liturgia, dell’insegnamento del Concilio Vaticano II e del magistero successivo, presentato e interpretato in un rapporto di sviluppo nella continuità con la grande tradizione ecclesiale dei secoli precedenti.

Vale la pena, al riguardo, citare i numeri con i quali il testo del Catechismo riassume quanto fin lì affermato in merito alla liturgia, intesa come opera della Santa Trinità.

1110. Nella Liturgia della Chiesa Dio Padre è benedetto e adorato come la sorgente di tutte le benedizioni della creazione e della salvezza, con le quali ci ha benedetti nel suo Figlio, per donarci lo Spirito dell’adozione filiale.

1111. L’opera di Cristo nella Liturgia è sacramentale perché il suo Mistero di salvezza vi è reso presente mediante la potenza del suo Santo Spirito; perché il suo Corpo, che è la Chiesa, è come il sacramento (segno e strumento) nel quale lo Spirito Santo dispensa il Mistero della salvezza; perché, attraverso le sue azioni liturgiche, la Chiesa pellegrina nel tempo partecipa già, pregustandola, alla Liturgia celeste.

1112. La missione dello Spirito Santo nella Liturgia della Chiesa è di preparare l’assemblea a incontrare Cristo; di ricordare e manifestare Cristo alla fede dell’assemblea; di rendere presente e attualizzare, con la sua potenza trasformatrice, l’opera salvifica di Cristo, e di far fruttificare il dono della comunione nella Chiesa.

Tenendo presente questa bella sintesi formulata dal Catechismo e senza perdere di vista quanto affermato nello stesso Catechismo nelle sue altre parti riguardanti la celebrazione del mistero cristiano, intendo di illustrare quei tratti distintivi di cui parlavo poc’anzi e che caratterizzano l’essenza della liturgia della Chiesa. A partire da ogni tratto distintivo circa l’essenza, cercherò poi di illustrarne alcune conseguenze sotto il profilo del linguaggio celebrativo.

La liturgia è opera di Cristo

Alcuni anni fa, nel 2009, è stata pubblicata una raccolta di contributi sulla liturgia del Cardinale Joseph Ratzinger, dal titolo: “Davanti al protagonista. Alle radici della liturgia”.

Si tratta semplicemente di un titolo, non c’è dubbio. Eppure è particolarmente indicativo di ciò che troviamo alle radici del discorso sulla liturgia. Alle radici vi troviamo Gesù Cristo, il Protagonista, il vero e più importante Protagonista della liturgia.

Attraverso la liturgia, infatti, il Signore continua nella sua Chiesa l’opera della nostra Redenzione (cf. Sacrosanctum concilium, 2). Ciò che è stato nella storia, ovvero il mistero pasquale, il mistero della nostra salvezza, si rende oggi presente nella celebrazione liturgica della Chiesa. In tal modo il Salvatore non è un ricordo del tempo passato, ma è il Vivente che continua la sua azione salvifica nella Chiesa, comunicando la sua vita, che è grazia e anticipo di eternità.

Nella stessa celebrazione eucaristica, l’assemblea radunata risponde al “Mistero della fede”, successivo alla consacrazione, con le parole tanto significative: “Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”. In questa formulazione della liturgia romana ritroviamo descritti i tre momenti propri di ogni celebrazione sacramentale: ovvero, la memoria del passato evento salvifico, la presente azione di grazia nella celebrazione, l’anticipazione della gloria futura.

In tal modo, la Chiesa, convocata per la celebrazione liturgica, rinnova ogni volta l’esperienza della verità dell’affermazione paolina: “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb 13, 9). Quel Gesù che ieri, in un preciso momento storico, ha vissuto il mistero della sua Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione, è lo stesso Gesù di cui oggi, nel tempo che scorre, si rinnova sacramentalmente il mistero della salvezza, così che tutti possano accedervi personalmente. Ed è sempre lo stesso Gesù che la Chiesa attende tornare nella gloria, pregustando però fin da ora, come anticipazione, la gioia della sua presenza e della sua opera.

La liturgia della Chiesa ha una modalità discreta e al contempo chiara, tra le molte altre, di ricordare al popolo di Dio, radunato per la celebrazione dei divini misteri, la presenza fondamentale del grande Protagonista. Mi riferisco al saluto liturgico “Il Signore sia con voi”, che più volte ricorre, ad esempio nella Messa. Questo saluto è scambiato tra celebrante e fedeli all’inizio della celebrazione, più avanti ritorna al momento della proclamazione del vangelo, ancora lo troviamo all’inizio della preghiera eucaristica e, infine, prima della benedizione finale e del congedo. Ogni volta viene così augurata e manifestata la presenza del Signore. All’inizio una tale presenza è invocata e affermata nella comunità radunata e, in un modo peculiare, nella persona del sacerdote a motivo del sacramento dell’ordine; al vangelo si ricorda la presenza del Signore nella sua parola proclamata e si chiede che diventi anche presenza radicata nel cuore dei fedeli; più tardi, introducendo la preghiera eucaristica, si annuncia la reale presenza di Cristo nel suo Corpo dato e nel suo Sangue sparso, presenza implorata per la vita di tutti; infine, prima della benedizione e del congedo, si invoca la presenza del Signore nella vita quotidiana dei suoi discepoli.

E’ solo un esempio tra i molti, per dire che non è pensabile andare all’essenza della liturgia senza riaffermare che il suo primo Protagonista è Gesù Cristo. Si ricordi ciò che afferma la Costituzione sulla sacra liturgia del Concilio Vaticano II: “Per realizzare un’opera così grande (la comunicazione della sua opera di salvezza) Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, in modo speciale nelle azioni liturgiche. E’ presente nel Sacrificio della Messa sia nella persona del ministro, «egli che, offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso per il ministero dei sacerdoti», sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. E’ presente con la sua virtù nei sacramenti, di modo che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. E’ presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura. E’ presente, infine, quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro» (Mt 18, 20)” (n. 7).

Lo splendore della nobile semplicità

La presenza misteriosa e reale di Cristo nella liturgia e il suo essere protagonista nel rito celebrato richiede al linguaggio liturgico lo splendore della nobile semplicità, secondo la celebre dizione del Concilio Vaticano II (cf. Sacrosanctum concilium, n. 34). Ho parlato di “splendore della nobile semplicità”, perché questa è l’espressione completa usata dai Padri Conciliari. In essa è dato riscontrare l’intrinseca relazione tra bellezza, nobiltà, semplicità.

Come sempre, ogni indicazione magisteriale deve essere letta e compresa nel contesto più ampio del tema di cui si tratta e in relazione di sviluppo armonico con l’intero insegnamento della Chiesa. In tal modo, ma non è possibile dilungarsi, si vede con chiarezza quanto siano distanti dal vero quelle marcate insistenze nel richiamare una certa semplicità che, a volte, hanno indotto a rendere il rito liturgico sciatto, banale, noioso, insignificante. Si tratta di un modo di intendere la semplicità non fondato sull’insegnamento della Chiesa e la sua grande tradizione liturgica. Per non dire che, in alcune occasioni, un tale modo di considerare la nobile semplicità si traduce in quella che potremmo definire una poco nobile nuova complessità. Non si tratta di questo quando la liturgia diventa teatro di trovate soggettive ed estemporanee, con l’inserimento di simboli privi di autentico significato o talmente complessi da dover essere a lungo spiegati?

Torniamo all’autentica nobile semplicità ascoltando Benedetto XVI, nell’Esortazione apostolica post sinodale sull’Eucaristia Sacramentum caritatis: “Il rapporto tra mistero creduto e celebrato si manifesta in modo peculiare nel valore teologico e liturgico della bellezza. La liturgia, infatti, come del resto la Rivelazione cristiana, ha un intrinseco legame con la bellezza: è veritatis splendor… Tale attributo cui facciamo riferimento non è mero estetismo, ma modalità con cui la verità dell’amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina, ci rapisce, facendoci uscire da noi stessi e attraendoci così verso la nostra vera vocazione: l’amore… La vera bellezza è l’amore di Dio che si è definitivamente a noi rivelato nel Mistero pasquale. La bellezza della liturgia è parte di questo mistero; essa è espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra… La bellezza pertanto non è un fatto decorativo dell’azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l’azione liturgica risplenda secondo la propria natura” (n. 35).

Le parole del Papa, come sempre, hanno il grande dono della chiarezza. Ne consegue che non è ammissibile alcuna forma di minimalismo e di pauperismo nella celebrazione liturgica. E questo, certo, non per fare spettacolo o per un vuoto estetismo. Il bello, nelle diverse forme antiche e moderne in cui trova espressione, è la modalità propria in virtù della quale risplende nelle nostre liturgie, pur sempre pallidamente, il mistero della bellezza dell’amore di Dio. Ecco perché non si farà mai abbastanza per rendere semplici, in quanto chiari nel loro svolgimento, nobili e belli i nostri riti. Ce lo insegna la Chiesa, che nella sua lunga storia non ha mai avuto timore di “sprecare” per circondare la celebrazione liturgica con le espressioni più alte dell’arte: dall’architettura, alla scultura, alla musica, agli oggetti sacri. Ce lo insegnano i santi che, pur nella loro personale povertà ed eroica carità, hanno sempre desiderato che al culto fosse destinato il meglio.

Ascoltiamo ancora Benedetto XVI: “Le nostre liturgie della terra, interamente volte a celebrare questo atto unico della storia, non giungeranno mai ad esprimerne totalmente l’infinita densità. La bellezza dei riti non sarà certamente mai abbastanza ricercata, abbastanza curata, abbastanza elaborata, poiché nulla è troppo bello per Dio, che è la Bellezza infinita. Le nostre liturgie terrene non potranno essere che un pallido riflesso della liturgia, che si celebra nella Gerusalemme del cielo, punto d’arrivo del nostro pellegrinaggio sulla terra.  Possano tuttavia le nostre celebrazioni avvicinarsi ad essa il più possibile e farla pregustare!” (Omelia alla celebrazione dei Vespri nella Cattedrale di Notre Dame a Parigi, 12 settembre 2008).

La liturgia è azione della Chiesa

“La bellezza intrinseca della liturgia ha come soggetto proprio il Cristo risorto e glorificato nello Spirito Santo, che include la Chiesa nel suo agire” (Sacramentum caritatis, n. 36). E’ Benedetto XVI, con queste parole, a ricordarci che la liturgia è azione del Cristo totale e, dunque, anche della Chiesa.

Dall’affermazione che la liturgia è azione della Chiesa derivano alcune considerazioni di non poca importanza per quell’essenza della liturgia che vado illustrando. In effetti, quando si dice che la Chiesa è soggetto agente si fa riferimento alla Chiesa tutta, in quanto soggetto vivente che attraversa il tempo, che si realizza nella comunione gerarchica, che è insieme realtà ancora pellegrinante sulla terra e realtà già approdata sulle rive della Gerusalemme celeste.

Nell’agosto del 2006, a Castelgandolfo, Benedetto XVI, rispondendo alla domanda di un sacerdote, nel corso di un incontro con il clero della diocesi di Albano, si esprimeva così nello stile discorsivo tipico di un colloquio: “La Liturgia è cresciuta in due millenni e anche dopo la riforma non è divenuta qualcosa di elaborato soltanto da alcuni liturgisti. Essa rimane sempre continuazione di questa crescita permanente dell'adorazione e dell'annuncio. Così, è molto importante, per poterci sintonizzare bene, capire questa struttura cresciuta nel tempo ed entrare con la nostra mens nella vox della Chiesa. Nella misura in cui noi abbiamo interiorizzato questa struttura, compreso questa struttura, assimilato le parole della Liturgia, possiamo entrare in questa interiore consonanza e così non solo parlare con Dio come persone singole ma entrare nel «noi» della Chiesa che prega. E così trasformare anche il nostro «io» entrando nel «noi» della Chiesa, arricchendo, allargando questo «io», pregando con la Chiesa,con le parole della Chiesa, essendo realmente in colloquio con Dio”.

Entrare nel “noi” della Chiesa che prega. Questo “noi” ci parla di una realtà, la Chiesa appunto, che va al di là dei singoli ministri ordinati e dei singoli fedeli, delle singole comunità e dei singoli gruppi. Perché lì la Chiesa si manifesta e si rende presente nella misura in cui si vive la comunione con la Chiesa intera, quella Chiesa che è cattolica, universale, di una universalità che raggiunge tutti i tempi, tutti i luoghi, e varca la soglia del tempo per lasciarsi raggiungere dall’eternità.

Ne consegue che fa parte dell’essenza della liturgia il fatto che questa abbia anzitutto il tratto della cattolicità, dove unità e varietà si compongono in armonia così da formare una realtà sostanzialmente unitaria, pur nella legittima diversità delle forme. E poi il tratto della non arbitrarietà, che evita di consegnare alla soggettività del singolo o del gruppo ciò che invece appartiene a tutti come tesoro ricevuto, da custodire e trasmettere. E ancora il tratto della continuità storica, in virtù della quale l’auspicabile sviluppo appare quello di un organismo vivo che non rinnega il proprio passato, attraversando il presente e orientandosi al futuro. E, infine, il tratto della partecipazione alla liturgia del cielo, per il quale è quanto mai appropriato parlare della liturgia della Chiesa come dello spazio umano e spirituale nel quale il cielo si affaccia sulla terra. Si pensi, solo a titolo esemplificativo, al passaggio della Preghiera eucaristica I, nella quale chiediamo: “…fa’ che questa offerta, per le mani del tuo angelo santo, sia portata sull’altare del cielo…”.

Quanto fin qui detto in merito alla liturgia come azione della Chiesa non sarebbe
sufficiente se non si aggiungesse il tema della partecipazione. Infatti è proprio la liturgia, intesa come azione della Chiesa, che esige una partecipazione consapevole, attiva e fruttuosa (cf. Sacrosanctum concilium, n. 11). Ogni considerazione in merito rischia di essere senza costrutto e fuorviante se il punto di partenza non è l’azione di Cristo e della Chiesa. E’ proprio questa azione quella che chiede di essere partecipata in modo consapevole, attivo e fruttuoso. E ciò è possibile se si realizza un’autentica comunione del fedele con l’agire della Chiesa e l’agire di Cristo.

Ma qual è l’agire della Chiesa? E’ l’agire della Sposa che tende a diventare un’unica realtà con Cristo Sposo e con il suo agire. E qual è l’agire di Cristo? La sua offerta di amore al Padre per la nostra salvezza. Di conseguenza, la partecipazione consapevole, attiva e fruttuosa in liturgia si ha nella misura in cui ciascuno e tutti condividiamo l’azione della Chiesa che tende allo Sposo e, dunque, ci lasciamo coinvolgere dall’azione dello Sposo che è donazione d’amore al Padre per la salvezza del mondo.

In quanto della Chiesa, poi, una tale azione dovrà realizzare e manifestare la Chiesa stessa, segno visibile della comunione di Dio e degli uomini, in Cristo. E avere, dunque, anche una sua rilevanza esterna, fatta di altre azioni che, esprimendo la compartecipazione di tutti nel modo proprio di ciascuno, troveranno sempre la loro motivazione nell’essere vie di partecipazione all’agire di Cristo. Non si potrebbe parlare, pertanto, di partecipazione autenticamente attiva se, ad esempio, colui che proclama le letture, presenta le offerte, serve all’altare, anima il canto, svolge qualunque altro ministero liturgico non trovasse in questa sua particolare modalità di presenza al rito la via per entrare in comunione con l’agire della Chiesa e di Cristo.

Il canto e la musica

Considerando la liturgia come azione della Chiesa intera, nel significato sopra indicato, mi piace al riguardo spendere una parola su quel fondamentale linguaggio liturgico che è il canto, considerato insieme alla musica.

Dice il salmista: “Un canto di lode mi onora, ed esso è la via per la quale mostrerò la salvezza di Dio” (Sal 49, 23). E così commenta san Gregorio Magno: “Ciò che in latino suona salutare, salvezza, in ebraico si dice Gesù. Nel canto di lode perciò viene creata una via di accesso, per la quale Gesù può rivelarsi, poiché quando mediante il canto dei Salmi viene riversata in noi la vera contrizione, si apre in noi una strada che conduce nel profondo del cuore, alla fine della quale si giunge a Gesù…” (In Ez I hom. I, 15).

Così il canto e la musica in liturgia, quando si esprimono secondo la verità del loro essere, nascono dal cuore che ricerca il mistero di Dio e diventano un’esegesi dello stesso mistero, della Parola fatta carne per la nostra salvezza. Pertanto c’è un legame intrinseco tra la parola, la musica e il canto nella celebrazione liturgica. Musica e canto, infatti, non possono essere slegati dalla parola, quella di Dio, della quale invece devono essere interpretazione fedele, svelamento comprensibile all’animo credente. Il canto e la musica in liturgia sgorgano dalle profondità del cuore, e dunque da Cristo che lo abita, e riconducono al cuore, vale a dire a Cristo che della domanda del cuore è risposta vera e definitiva. Questa è l’oggettività del canto e della musica liturgica, che non dovrebbe mai essere consegnata all’estemporaneità di sentimenti superficiali e di emozioni passeggere non rispondenti alla grandezza del mistero celebrato. Questa è la grande dignità del canto e della musica in liturgia, dove la semplicità non può in alcun modo fare rima con banalità o solo con mera utilità.

E’ giusto, quindi affermare che il canto e la musica in liturgia nascono dalla preghiera e portano alla preghiera, permettendo a noi di esprimerci con il linguaggio autentico della liturgia. In tal modo il canto diventa una via privilegiata di legame tra cielo e terra, di esperienza di comunione tra la Chiesa pellegrina e la Gerusalemme celeste, tra il mondo degli uomini e il mondo di Dio.

Mi sia consentito qui, parlando del canto e della musica, di accennare brevemente alla lingua latina. Non è il caso di fare ora riferimento ai numerosi testi del magistero, anche recente e contemporaneo, che auspicano un significativo uso del latino in liturgia. Basti qui ricordare quale straordinario tesoro di canto e musica per la liturgia ci hanno consegnato i secoli passati.

Qualcosa di quel tesoro la Chiesa lo ha definito perennemente valido, in sé e quale criterio per stabilire ciò che può essere davvero liturgico nelle nuove forme musicali che si vanno sviluppando nel tempo. Mi riferisco al gregoriano e alla polifonia sacra classica, forme di canto liturgico che consentono di valutare, oggi come ieri, ciò che attiene alla liturgia e ciò che, pur di valore artistico e di contenuto religioso, non può avere spazio nella celebrazione liturgica. Il valore perenne del gregoriano e della polifonia classica consiste nella loro capacità di farsi esegesi della parola di Dio e, dunque, del mistero celebrato, di essere al servizio della liturgia senza fare della liturgia uno spazio al servizio della musica e del canto. Potremo noi rinunciare a mantenere in vita tali tesori che secoli di storia della Chiesa ci hanno consegnato? Potremo noi fare a meno di attingere ancora oggi a quel patrimonio di spiritualità straordinario? Come sarà mai possibile dare corpo a un più ampio e degno repertorio di canto e di musica per la liturgia se non ci saremo lasciati educare da ciò che lo deve ispirare? E’ in gioco, anche in questo caso, l’elemento essenziale dello sviluppo e della riforma nella continuità dell’unico soggetto Chiesa.

Ecco perché dobbiamo conservare nei modi dovuti il latino. Senza dimenticare anche altre componenti di questa lingua liturgica, quale la sua capacità di dare espressione a quella universalità e cattolicità della Chiesa, a cui davvero non è lecito rinunciare. Come non provare, al riguardo, una straordinaria esperienza di cattolicità quando, nella basilica di San Pietro come in altri luoghi di raduno internazionale, uomini e donne di tutti i continenti, di nazionalità e lingue diverse pregano e cantano insieme nella stessa lingua? Chi non percepisce la calda accoglienza della casa comune quando, entrando in una chiesa di un paese straniero può, almeno in alcune parti, unirsi ai fratelli nella fede in virtù dell’uso della stessa lingua?

Perché questo continui a essere concretamente possibile è necessario che nelle nostre chiese e comunità l’uso del latino sia conservato, in via ordinaria, con sano equilibrio e con la dovuta saggezza pastorale.

La liturgia è preghiera adorante

Il tema della partecipazione, che è stato prima accennato, offre ora l’opportunità di ampliare quanto già detto in merito all’agire di Cristo nella liturgia.

Lo facciamo lasciandoci condurre per mano da una fondamentale argomentazione del teologo Ratzinger: “Con il termine ‘actio’ riferito alla liturgia, si intende nelle fonti il canone eucaristico. La vera azione liturgica, il vero atto liturgico, è la oratio: la grande preghiera, che costituisce il nucleo della celebrazione liturgica e che proprio per questo, nel suo insieme, è stata chiamata dai Padri con il termine oratio. Questa definizione era corretta già a partire dalla stessa forma liturgica, poiché nella oratio si svolge ciò che è essenziale alla Liturgia cristiana […] Questa oratio – la solenne preghiera eucaristica, ‘il canone’ - … è actio nel senso più alto del termine. In essa accade, infatti, che l’actio umana … passa in secondo piano e lascia spazio all’actio divina, all’agire di Dio” (Introduzione allo spirito della Liturgia, pp.167-168).

Nella oratio, di conseguenza, si svolge ciò che è essenziale alla liturgia cristiana. Ci domandiamo: “Che cosa è questo essenziale che si svolge?” Rispondiamo, seguendo il testo di Ratzinger: “L’agire di Dio”. Ora si tratta di approfondire in che cosa consista l’agire di Dio.

Si tratta dell’agire di Dio in Cristo, ovvero di quell’atto pregato mediante il quale il Signore offre la vita al Padre per la salvezza del mondo. Che si tratti di un atto pregato lo ricorda Benedetto XVI in un passo dell’omelia per la Messa “in Coena Domini” del 2009, a commento del Canone Romano: “Come prima cosa - affermava il Santo Padre - ci colpirà che il racconto dell’istituzione non è una frase autonoma, ma comincia con un pronome relativo: qui pridie [La vigilia della sua passione…]. Questo “qui” aggancia l’intero racconto alla precedente parola della preghiera, “… diventi per noi il corpo e il sangue del tuo amatissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo”. In questo modo, il racconto è connesso con la preghiera precedente, con l’intero Canone, e reso esso stesso preghiera. Non è affatto semplicemente un racconto qui inserito, e non si tratta neppure di parole autoritative a sé stanti, che magari interromperebbero la preghiera. È preghiera. E soltanto nella preghiera si realizza l’atto sacerdotale della consacrazione che diventa trasformazione, transustanziazione dei nostri doni di pane e vino in Corpo e Sangue di Cristo”.

Ma che cosa avviene in quell’atto pregato del Signore, in quel suo atto che è preghiera? In quell’agire gli elementi della terra vengono accolti e trasformati nel suo corpo e nel suo sangue, così che il nuovo cielo e la nuova terra vengono anticipati. In quell’agire si compie il gesto di adorazione supremo che riconduce alla verità del proprio essere l’umanità tutta e la creazione intera: ogni realtà ritrova la sua ragione d’essere in Dio e nella dipendenza da lui.

Così la liturgia è adorazione in quanto rende presente in modo sacramentale il sacrificio della croce nel quale Gesù ha reso gloria al Padre con il suo sì, segno di un amore condotto “fino alla fine”, adorazione radicale di Dio e della sua volontà. Così la liturgia è preghiera in quanto preghiera di Cristo rivolta al Padre nello Spirito, perché accolga il suo sacrificio.

Ecco perché la liturgia cristiana è atto che conduce all’adesione, ovvero alla riunificazione dell’uomo e della creazione con Dio, all’uscita dallo stato di separazione, alla comunione di vita con Cristo.

E tutto questo è quanto la Chiesa, sposa di Cristo, vive nella celebrazione della liturgia. In effetti, ciò che ancora risulta essenziale per la liturgia è che coloro che vi partecipano preghino per condividere lo stesso sacrificio del Signore, il suo atto di adorazione, diventando una solo cosa con lui, vero corpo di Cristo. In altre parole, ciò che è essenziale è che alla fine venga superata la differenza tra l’agire di Cristo e il nostro agire, che vi sia una progressiva armonizzazione tra la sua vita e la nostra vita, tra il suo sacrificio adorante e il nostro, così che vi sia una sola azione, ad un tempo sua e nostra. Quanto affermato da san Paolo non può che essere l’indicazione di ciò che è essenziale conseguire in virtù della celebrazione liturgica: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 19-20).

Ascoltiamo, al riguardo, Divo Barsotti, in una sua celebre opera sulla liturgia: “E l’Avvenimento, l’Atto del Cristo, è prima di tutto Sacrificio, Sacrificio di adorazione. Il Verbo, nella natura umana che Egli ha assunto, riconosce con la sua Morte l’infinita santità di Dio e la sua sovranità. In Lui la creazione finalmente adora […] Una partecipazione nostra al Sacrificio di Gesù importa che noi si viva lo stesso annientamento suo… La condizione terrestre della nostra vita, nella sua accettazione volontaria, diviene il segno di una nostra partecipazione al Sacrificio di Gesù, alla sua adorazione” (Il mistero della Chiesa nella Liturgia, edizioni San Paolo, pp. 174-175).

Il sacro silenzio

Se la liturgia è preghiera adorante, ciò significa che quando è ben celebrata, con il linguaggio che le è proprio, in diverse sue parti, deve prevedere una felice alternanza di silenzio e parola, dove il silenzio anima la parola, permette alla voce di risuonare in felice sintonia con il cuore, mantiene ogni espressione vocale e gestuale nel giusto clima del raccoglimento.

Laddove vi fosse un predominio unilaterale della parola, non risuonerebbe l’autentico linguaggio della liturgia. Urge, pertanto, il coraggio di educare all’interiorizzazione, la disponibilità a imparare nuovamente l’arte del silenzio, di quel silenzio in cui apprendiamo quell’unica Parola che può salvare dall’accumularsi delle parole vane e dei gesti vuoti e teatrali.

Si ricordi, in proposito, quanto afferma l’Ordinamento Generale del Messale Romano: “Si deve osservare, a suo tempo, il sacro silenzio, come parte della celebrazione. La sua natura dipende dal momento in cui ha luogo nelle singole celebrazioni. Così, durante l’atto penitenziale e dopo l’invito alla preghiera, il silenzio aiuta il raccoglimento; dopo la lettura o l’omelia, è un richiamo a meditare brevemente ciò che si è ascoltato; dopo la Comunione, favorisce la preghiera interiore di lode e di supplica” (n. 45).

L’Ordinamento Generale, come d’altronde anche la Sacrosanctum concilium (cf. n. 30) a cui l’Ordinamento si richiama, parla di “silenzio sacro”. Il silenzio richiesto, pertanto, non è da considerarsi alla stregua di una pausa tra un momento celebrativo e il successivo. E’ da considerarsi piuttosto come un vero e proprio momento rituale, complementare alla parola, alla preghiera vocale, al canto, al gesto...

Da questo punto di vista, ci è dato di capire meglio il motivo per cui durante la preghiera eucaristica e, in specie, il canone, il popolo di Dio orante segue nel silenzio la preghiera del sacerdote celebrante. Si dice, infatti, al n. 78 dell’Ordinamento Generale del Messale Romano: “La Preghiera eucaristica esige che tutti l’ascoltino con riverenza e silenzio”. Quel silenzio non significa inoperosità o mancanza di partecipazione. Quel silenzio tende a far sì che tutti entrino nel significato di quel momento rituale che ripropone, nella realtà del sacramento, l’atto di amore con il quale Gesù si offre al Padre sulla croce per la salvezza del mondo. Quel silenzio, davvero sacro, è lo spazio liturgico nel quale dire sì, con tutta la forza del nostro essere, all’agire di Cristo, così che diventi anche il nostro agire nella quotidianità della vita.

Il silenzio liturgico, allora, è davvero sacro perché è il luogo spirituale nel quale realizzare l’adesione di tutta la nostra vita alla vita del Signore, è lo spazio dell’“amen” prolungato del cuore che si arrende all’amore di Dio e lo abbraccia come nuovo criterio del proprio vivere. Non è forse questo il significato stupendo dell’“amen” conclusivo della dossologia al termine della preghiera eucaristica, nella quale tutti diciamo con la voce quanto a lungo abbiamo ripetuto nel silenzio del cuore orante?

L’adorazione

Quanto si è detto in merito alla preghiera adorante, impone che tutto, nel linguaggio dell’azione liturgica, conduca all’adorazione: la musica, il canto, il silenzio, il modo di proclamare la parola di Dio e il modo di pregare, la gestualità, le vesti liturgiche e le suppellettili sacre, così come anche l’edificio sacro nel suo complesso. Mi soffermo un istante su un gesto tipico e centrale dell’adorazione che oggi rischia di sparire, quale il mettersi in ginocchio, rifacendomi a un testo del cardinale Ratzinger: “Noi sappiamo che il Signore ha pregato stando in ginocchio (Lc 22, 41), che Stefano (At 7, 60), Pietro (At 9, 40) e Paolo (At 20, 36) hanno pregato in ginocchio. L’inno cristologico della Lettera ai Filippesi (2, 6-11) presenta la liturgia del cosmo come un inginocchiarsi di fronte al nome di Gesù (2, 10) e vede in ciò adempiuta la profezia isaiana (Is 45, 23) sulla signoria sul mondo del Dio d’Israele. Piegando il ginocchio nel nome di Gesù, la Chiesa compie la verità; essa si inserisce nel gesto del cosmo che rende omaggio al vincitore e così si pone dalla parte del vincitore poiché un tale inginocchiarsi è una rappresentazione e assunzione imitativa dell’atteggiamento di Colui che «era uguale a Dio» ed «ha umiliato se stesso fino alla morte»” (Rivista Communio, 35/1977).

Verrebbe da chiedersi se il ridursi sensibile dei segni del culto e dell’adorazione non siano motivati in profondità da un vacillare della fede in Gesù Figlio di Dio, unico e universale Salvatore di tutti, da un venir meno della certezza che senza conversione a Cristo e senza la grazia della croce non c’è salvezza per nessuno.

E’ anche per questo che è da ritenersi del tutto appropriata la pratica di inginocchiarsi per ricevere la santa Comunione. A ulteriore conferma ascoltiamo il Santo Padre in un passaggio di Sacramentum caritatis: “Già Agostino aveva detto: «Nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo». Nell’Eucaristia, infatti, il Figlio di Dio ci viene incontro e desidera unirsi a noi; l’adorazione eucaristica non è che l’ovvio sviluppo della celebrazione eucaristica, la quale è in se stessa il più grande atto d’adorazione della Chiesa. Ricevere l’Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso Colui che riceviamo. Proprio così e soltanto così diventiamo una cosa sola
con Lui e pregustiamo in anticipo, in qualche modo, la bellezza della liturgia celeste” (n. 66).

Qualcuno potrebbe riscontrare una contraddizione tra il gesto del mettersi in ginocchio e quello dell’incedere processionalmente. In verità non vi sono motivi per riscontrare alcuna contraddizione. Infatti la Chiesa che, nel segno esteriore, si dirige in processione verso il Signore è la stessa Chiesa che, sempre nel segno esteriore, alla sua presenza, si inginocchia e adora.

La liturgia è cosmica

Nel suo celebre testo “Introduzione allo spirito della liturgia”, il Card. Ratzinger si dilunga per un intero capitolo, i cui contenuti vengono ripresi anche altrove all’interno del volume, sul rapporto tra liturgia, cosmo e storia. Quelle pagine terminano con un brano che, di seguito, desidero citare: “Il circolo cosmico e quello storico sono ora distinti: l’elemento storico riceve il suo peculiare e definitivo significato dal dono della libertà come centro dell’essere divino e di quello creato, ma non viene per questo separato da quello cosmico. Malgrado la loro differenza, ambedue i circoli restano in definitiva all’interno dell’unico circolo dell’essere: la liturgia storica del cristianesimo è e rimane – inseparabilmente e inconfondibilmente – cosmica, e solo così essa sussiste in tutta la sua grandezza. C’è la novità unica della realtà cristiana, e tuttavia essa non ripudia la ricerca della storia delle religioni, ma accoglie in sé tutti gli elementi portanti delle religioni naturali, mantenendo in tal modo un legame con loro” (p. 31).

Con queste parole, che sono a suggello di una lunga e articolata riflessione, il teologo Ratzinger intende sottolineare il legame inscindibile tra creazione e alleanza, ordine cosmico e ordine storico di rivelazione. L’alleanza, che è rivelazione storica di Dio all’uomo, non annulla la creazione, che è richiamo cosmico della presenza di Dio nella vicenda umana. Anzi, la creazione è il luogo nel quale si realizza l’alleanza e che trova il suo pieno e definitivo significato nell’alleanza. Mentre la stessa alleanza trova proprio nella creazione e nel cosmo il suo fondamento e la sua possibilità espressiva.

Così, la liturgia cristiana, che porta in sé tutta la novità della salvezza in Cristo, conserva e raccoglie ogni espressione di quella liturgia cosmica che ha caratterizzato la vita dei popoli alla ricerca di Dio per il tramite della creazione. E’ quanto mai significativa e istruttiva, anche da questo punto di vista, la Preghiera eucaristica I o Canone romano, là dove ci si riferisce ai “doni di Abele, il giusto, il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede, e l’oblazione pura e santa di Melchisedech, tuo sommo sacerdote”.

Come non ritrovare in questo passaggio della grande preghiera della Chiesa un riferimento ai sacrifici antichi, al culto cosmico e legato alla creazione che ora, nella liturgia cristiana, non solo non è rinnegato, ma anzi è assunto nel nuovo ed eterno sacrificio di Cristo Salvatore?

D’altra parte, in questa stessa prospettiva, non si può che guardare ai molteplici segni e simboli cosmici dei quali la liturgia della Chiesa, insieme ai segni e ai simboli tipici dell’alleanza, fa uso al fine di dare forma al nuovo culto cristiano. Si pensi alla luce e alla notte, al vento e al fuoco, all’acqua e alla terra, all’albero e ai frutti. Si tratta di quell’universo materiale nel quale l’uomo è chiamato a rilevare le tracce di Dio. E si pensi ugualmente ai segni e ai simboli della vita sociale: lavare e ungere, spezzare il pane e condividere il calice.

Come afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica “le grandi religioni dell’umanità testimoniano, spesso in modo impressionante, tale senso cosmico e simbolico dei riti religiosi. La liturgia della Chiesa presuppone, integra e santifica elementi della creazione e della cultura umana conferendo loro la dignità di segni della grazia, della nuova creazione in Cristo Gesù” (n. 1149).

Scriveva il Servo di Dio Giovanni Paolo II. “…l’Eucaristia è sempre celebrata, in certo senso, sull’altare del mondo. Essa unisce cielo e terra. Comprende e pervade tutto il creato. Il Figlio di Dio si è fatto uomo, per restituire tutto il creato, in un supremo atto di lode, a Colui che lo ha fatto dal nulla […] Davvero è questo il mysterium fidei che si realizza nell’Eucaristia: il mondo uscito dalle mani di Dio creatore torna a Lui redento da Cristo” (Ecclesia de Eucharistia, n. 8).

Questo, della dimensione cosmica della liturgia, è un altro dei suoi elementi essenziali. Che, tra l’altro, introduce al grande tema dell’orientamento della preghiera liturgica. La preghiera rivolta a oriente, infatti, è una tradizione che ci conduce alle origini del cristianesimo e si presenta come sintesi tipicamente cristiana di cosmo e storia, di assunzione di un simbolo cosmico, quale è il sole, a espressione dell’universalità della salvezza in Cristo, al quale la comunità radunata si orienta con gioia e speranza.

Nel momento in cui, per diversi motivi che non è qui il caso di ricordare, si è andata perdendo la consapevolezza della preghiera orientata a est, in direzione del sole che sorge, si rende quanto mai urgente recuperare questa dimensione liturgica che non si configura come una fuga romantica nel passato, ma come riscoperta dell’essenziale, di quell’essenziale nel quale la liturgia della Chiesa esprime il suo orientamento permanente.

La centralità del crocifisso

Così, anche dal punto di vista del corretto linguaggio liturgico, si comprende ora meglio il motivo della collocazione del crocifisso al centro dell’altare.

Ma ascoltiamo direttamente prima le argomentazioni del teologo Ratzinger, in un brano del suo testo “La festa della fede”, e poi il pensiero di Benedetto XVI, espresso nella prefazione al volume della Sua Opera Omnia - Teologia della liturgia -, dedicato alla liturgia.

Ecco le argomentazioni del teologo. “Il vero spazio e la vera cornice della celebrazione eucaristica è tutto il cosmo. Questa dimensione cosmica dell’Eucaristia si faceva presente nell’azione liturgica mediante l’inorientamento [ndr. il corretto orientamento verso…]. L’Oriente – oriens – era anche notoriamente, dal segno del sole nascente, il simbolo della risurrezione (e pertanto non solo espressione cristologica, ma indice pure della potenza del Padre e dell’opera dello Spirito Santo), nonché richiamo alla speranza nella parusìa […] La croce dell’altare si può qualificare come un residuo dell’inorientamento rimasto fino ai giorni nostri. In essa fu conservata la vecchia tradizione, che era a suo tempo strettamente collegata al simbolo cosmico dell’Oriente, di pregare nel segno della croce il Signore veniente, volgendovi lo sguardo […] Anche nell’attuale orientamento della celebrazione, la croce potrebbe essere collocata sull’altare in tal modo che i sacerdoti e i fedeli la guardino insieme. Nel canone essi non dovrebbero guardarsi, ma guardare insieme a lui, il trafitto […] La croce sull’altare non è… un impedimento alla visuale, ma un punto comune di riferimento… Ardirei addirittura la tesi che la croce sull’altare non è impedimento ma presupposto della celebrazione «versus populum». Diverrebbe così ricca di significato la distinzione tra liturgia della parola e canone. Nella prima si tratta dell’annunzio, e pertanto di un indirizzo immediato, nell’altra di un’adorazione comune, nella quale noi tutti stiamo più che mai durante la invocazione - «conversi ad Dominum» -: Rivolgiamoci al Signore; convertiamoci al Signore” (La festa della fede, pp. 131-135).
 
Ed ecco il pensiero del Papa. “L’idea che sacerdote e popolo nella preghiera dovrebbero guardarsi reciprocamente è nata solo nella cristianità moderna ed è completamente estranea in quella antica. Sacerdote e popolo certamente non pregano l’uno verso l’altro, ma verso l’unico Signore. Quindi guardano nella preghiera nella stessa direzione: o verso Oriente come simbolo cosmico per il Signore che viene, o, dove questo non è possibile, verso un’immagine di Cristo nell’abside, verso una croce, o semplicemente verso il cielo, come il Signore ha fatto nella preghiera sacerdotale la sera prima della Passione (Gv 17, 1). Intanto si sta facendo strada sempre di più, fortunatamente, la proposta da me fatta alla fine del capitolo in questione della mia opera [Introduzione allo spirito della liturgia, pp.70-80]: non procedere a nuove trasformazioni, ma porre semplicemente la croce al centro dell’altare, verso la quale possano guardare insieme sacerdote e fedeli, per lasciarsi guidare in tal modo verso il Signore, che tutti insieme preghiamo” (Teologia della liturgia, pp. 7-8).

Un rinnovato amore per ciò che è “oggettivo”

Avviandomi alla conclusione, ritengo importante sottolineare quella che mi pare essere una grave urgenza del nostro tempo, ovvero la necessità della formazione alla liturgia e al suo linguaggio, a tutti i livelli. Nulla, lo sappiamo, è ormai possibile dare per scontato. In un tale processo formativo ritengo vi siano quattro priorità. Anzitutto, è necessario far approfondire e assimilare i temi portanti della teologia della liturgia come fondamento della prassi celebrativa. In secondo luogo è importante aiutare a capire il linguaggio liturgico in quanto radicato in una tradizione secolare, soggetto al discernimento ecclesiale, sempre in una logica di sviluppo armonico che sa valorizzare insieme antico e nuovo. Inoltre è fondamentale introdurre al senso autentico della celebrazione che, in quanto culto spirituale, deve plasmare la vita in ogni suo aspetto, fornendo un nuovo linguaggio – quello di Cristo – alla quotidianità. Infine è indispensabile suscitare un rinnovato amore per ciò che è oggettivo, una convinta e ministeriale adesione al rito, da intendere non come aspetto coercitivo dell’espressività, ma piuttosto come condizione indispensabile per un’espressività autentica e davvero comunicativa del mistero di Cristo celebrato nella Chiesa.

Quasi a coronamento di quanto ora affermato e a richiamo di ciò che non può mai essere dimenticato quando si tratta di linguaggio liturgico, anche quando ci si dovesse addentrare ulteriormente nel dettaglio di tale linguaggio, ritengo utile e significativo richiamare alla memoria alcuni brani di Romano Guardini. Sono tratti dal suo volume “Formazione liturgica” e risultano inseriti nel capitolo dedicato a “L’elemento oggettivo”.

Le parole del grande teologo hanno la capacità di condurci con autorevolezza a ritrovare la grazia e la vera bellezza in ciò che è oggettivo, ovvero in quel linguaggio liturgico che precede la nostra personale, variabile e troppo angusta sensibilità soggettiva.

“La liturgia rigorosa è quella forma del comportamento religioso nel quale l’oggettivo si manifesta nel modo più intenso […]

La liturgia è auto espressione dell’uomo, ma dell’uomo come deve essere, ed è per questo che essa diviene severa disciplina. L’uomo superficiale può facilmente sentire la preghiera liturgica come ‘non verace’, poiché l’uomo che parla nella liturgia è quello profondo, essenziale. Esso però giace sepolto. Perciò la preghiera liturgica deve essere per lungo tempo un esercizio consapevole, finché il profondo, il più vero non si risvegli, l’immagine dell’essere si rettifichi e ora parli realmente quanto è conforme all’essenza […] La liturgia è auto espressione dell’uomo. Ma essa gli dice: di un uomo quale tu non sei ancora. Perciò devi venire alla mia scuola […]

Ciò che essa esprime è conforme all’essenza; l’espressione è servizio all’essenza del dialogo tra Dio e l’anima.

Calibrato sull’essenza è anche il suo modo di rivelarlo, e così parimenti servizio all’essenza del corpo, dei gesti, del linguaggio […]

La Chiesa ha regolato moltissimo… Tutto ciò è una dura prova per lo spirito ribelle del singolo che amerebbe rendere se stesso misura di tutte le cose; che, partendo dal proprio frammento strettamente limitato di realtà posseduta e dal presente della propria breve vita, vuole giudicare sull’infinito e sull’eterno; che vuole giudicare sulle profondità e sulle essenze.

E’ una dura prova che l’urgenza del presente debba tacere davanti al retaggio del passato, così come l’estrosità del singolo di fronte a quanto è positivamente fissato dall’autorità. Storia e legge, tradizione e autorità: in questo deve incarnarsi l’oggettivo con tutto il suo peso che pone all’atteggiamento personale del singolo le più elevate esigenze.

Tutto viene portato alla Chiesa attraverso la fiducia, che vede in essa l’umanità rinata, il compendio oggettivo della creazione messa in rapporto con Dio in Cristo… Questa fiducia dà la forza di mettere all’ultimo posto la perplessità del giudicare e sentire individuale, e dà la ferma speranza che in tale perdita l’anima troverà il meglio di se stessa.

La Spirito Santo ha impresso il suo sigillo nella nostra anima e ha fatto del nostro corpo il suo tempio (1 Cor 6, 19); Egli conosce il nostro essere meglio di noi stessi. Le forme dell’espressione che Egli ci indica, sono nel loro più profondo educanti. Noi dovremmo immedesimarci, crescendo, con esse, anche quando non rispondono senz’altro alla nostra sensibilità e non vengono percepite nel senso più preciso come ‘veritiere’. Esse sono veritiere perché hanno carattere essenziale, in uno strato di significato più profondo […]… noi dobbiamo passare dall’angustia e dall’arbitrio soggettivi, uscire per approdare all’ampiezza e all’ordine oggettivi; dobbiamo giungere a trovar gioia per quella forte obbedienza e quella disciplina che portano a tale atteggiamento. Ma è solo la Chiesa a condurre a tale meta; pertanto dobbiamo superare ogni diffidenza verso di essa e acquisire una grande fiducia.

Non possiamo addentrarci qui in proposte pratiche; si tratta soprattutto di un orientamento, d’un modo di pensare”.

E proprio volgendo la mente e il cuore a questo orientamento e a questo modo di pensare desideriamo educarci ed educare al linguaggio della celebrazione liturgica.

Mons. Guido Marini
Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie